CNA Federmoda e Confartigianato chiedono legalità, equità e tutela delle PMI
01/03/2026
Il Made in Italy non si esaurisce in un marchio stampato su un’etichetta. È il risultato di una filiera complessa, stratificata, composta da migliaia di micro e piccole imprese che trasformano materie prime e progetti creativi in prodotti riconosciuti nel mondo per qualità e manifattura. È su questo punto che CNA Federmoda e Confartigianato Moda fondano la loro posizione sulla “Certificazione unica di conformità delle filiere della moda”, accolta con favore ma accompagnata da una richiesta di profonde correzioni.
Il comparto attraversa una fase delicata: episodi di cronaca che hanno coinvolto aziende simbolo, pratiche opache, delocalizzazioni mascherate e dinamiche contrattuali squilibrate hanno incrinato la percezione del sistema produttivo. In parallelo, il fast fashion ha consolidato una riconoscibilità globale immediata, generando un paradosso che penalizza chi produce valore attraverso competenze artigiane radicate nei territori.
Una certificazione che guardi a tutta la filiera
Per le due organizzazioni di categoria, la certificazione rappresenta uno strumento potenzialmente efficace per rafforzare trasparenza, tracciabilità e legalità. Tuttavia, deve valorizzare l’intera catena produttiva, evitando di concentrarsi esclusivamente sul marchio o sul prodotto finito.
Le micro e piccole imprese, spesso subfornitrici dei grandi brand, costituiscono l’infrastruttura reale del sistema moda italiano. Operano con margini ridotti e in condizioni contrattuali spesso asimmetriche, pur garantendo qualità, occupazione e presidio economico sui territori. Un sistema certificativo che non riconosca questo ruolo rischierebbe di tradursi in un ulteriore onere per chi già rispetta norme fiscali, previdenziali e giuslavoristiche.
CNA Federmoda e Confartigianato Moda insistono sulla necessità che la certificazione renda trasparente la capacità produttiva complessiva della filiera e garantisca la tracciabilità di ogni fase, dai subfornitori ai committenti, superando le attuali asimmetrie informative.
Equa remunerazione e responsabilità dei committenti
Accanto alla tracciabilità, le associazioni pongono con forza il tema della giustizia contrattuale. La certificazione, da sola, non può risolvere gli squilibri se non si interviene sull’applicazione piena della Legge 192/1998 sulla subfornitura, che impone chiarezza nei corrispettivi e tutela la parte più debole del rapporto.
Viene chiesta la corresponsabilità delle società capofila, con obblighi di trasparenza e contributi ai costi di certificazione lungo la filiera. È necessario, inoltre, evitare duplicazioni di audit e riconoscere le certificazioni già in essere, integrando le verifiche in un sistema standardizzato e interoperabile.
Un ulteriore punto riguarda la proporzionalità degli adempimenti per le PMI, con criteri graduati in base alla dimensione aziendale, e l’introduzione di vantaggi per i committenti che garantiscano prezzi equi e tempi di pagamento certi.
Un percorso ancora aperto
Dopo l’approvazione al Senato, il provvedimento proseguirà il suo iter alla Camera. CNA Federmoda e Confartigianato Moda auspicano l’istituzione di un tavolo tecnico permanente con le associazioni di categoria, per definire un modello condiviso e in evoluzione.
La certificazione può diventare un volano di competitività e contrasto alla concorrenza sleale, a condizione che sia accompagnata da controlli pubblici efficaci e da un quadro normativo coerente. In gioco non c’è soltanto la reputazione del marchio Italia, ma la sostenibilità di una filiera che vive di competenze diffuse, relazioni industriali equilibrate e rispetto delle regole.
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Andrea Bianchi è web editor e reporter digitale specializzato in eventi e vita urbana. Racconta la città con uno stile diretto e dinamico, sempre sul campo con microfono e videocamera.